IL VALORE DEL GIOCO PER IL BAMBINO.FINALITA’ E CARATTERISTICHE

Attraverso l’azione ludica l’essere umano, ma non solo , ha sempre trovato una via per procurarsi piacevoli sensazioni di benessere e divertimento. L’uomo adulto scarica le proprie tensioni in una partita a tennis, ritrova l’allegria scherzando e giocando con il proprio cane, ritorna bambino giocando con i propri figli, vive avvincenti avventure entrando nel magico mondo della play station.
Per i bambini il gioco ha una valenza in più. Come per tutte le specie di cuccioli anche per la razza umana il gioco nelle prime fasi della vita diventa  l’ occupazione principale, quella  attraverso cui il bambino apprende, viene stimolato e  cerca, anche se in modo completamente inconsapevole, delle soluzioni di adattamento alla  realtà che lo circonda. Il gioco riveste un ruolo fondamentale anche per lo sviluppo intellettivo: attraverso esso, infatti, vengono  stimolate  memoria, capacità attentive, concentrazione, e vengono favoriti lo sviluppo di schemi percettivi, la  capacità di confronto, e di relazione. Una carenza di attività ludica denuncia di conseguenza  gravi carenze a livello cognitivo.

E’ quindi  importante  sottolineare che il gioco del bambino  non è quindi solo puro “allenamento alla vita”, anche se luogo privilegiato per l’apprendimento di specifici comportamenti che gli saranno successivamente utili (basti pensare al gioco delle “mamme e papà”). Attraverso il gioco simbolico  il bambino fa esperienza dell’essenza di quel ruolo da lui impersonato, di un’idea quindi più che di una competenza specifica. E attraverso il gioco vive le proprie emozioni e le elabora, offrendo all’adulto che lo osserva uno spaccato autentico del suo stato d’animo. Attraverso il gioco il bambino supera anche i piccoli e grandi traumi della vita (il bambino vittima di guerra che gioca a fare il soldato, la bambina che dopo un ricovero in ospedale punzecchia il sedere dei suoi pupazzi con una finta siringa, la bambina che sgrida il proprio bambolotto come ha fatto la mamma con lei…)
La psicologia  ha fatto diventare il gioco infantile, le sue dinamiche, le motivazioni che ne stanno alla base, le diverse modalità,  oggetto della propria analisi.

J. Piaget (1937-1945) mette in correlazione lo sviluppo del gioco con quello mentale, affermando che il gioco è lo strumento primario per lo studio del processo cognitivo del bambino. Secondo Piaget si possono individuare tre stadi di sviluppo del comportamento ludico:

I giochi di esercizio che  prevalgono nel primo anno di vita, nella fase cosiddetta “senso-motoria” dove  il bambino, attraverso una serie di azioni quali l’afferrare, il portare alla bocca gli oggetti, l’aprire e chiudere le mani o gli occhi, il gettare via, il  dondolare, impara a controllare i movimenti e a coordinare i gesti. Queste attività sono portatrici di piacere per cui il bambino tenderà a ripeterle infinite volte. Le nuove esperienze in questa prima fase vengono adeguate agli schemi mentali del bambino.

Dai due ai sei anni (fase rappresentativa) troviamo i cosiddetti “giochi simbolici”:  il bambino acquisisce la capacità di rappresentare tramite gesti o oggetti una situazione. Si sviluppa la capacità di immaginazione e di imitazione, per cui i giochi preferiti sono quelli del “facevamo finta che io ero…” Il simbolismo che emerge da queste attività permette di riprodurre esperienze viste ma non ancora direttamente sperimentate, permette al bambino di ricreare una situazione alla quale non riesce ancora ad adattarsi essendo la realtà troppo difficile da capire, ma la ricrea a modo suo, a suo piacimento. Nel gioco del fare finta dove anche una matita può diventare un carro armato il bambino sa di fingere, è consapevole cioè che non si tratta di una realtà ma di un gioco personale  che gli permette di fare sue le regole del mondo.
Nei giochi simbolici assume una notevole importanza il linguaggio che aiuta il bambino a creare i fantastici scenari entro cui impersonare diversi ruoli. I giocattoli vengono così coinvolti negli stati d’animo del momento a la parola aiuta il bambino a trasformare una realtà a lui ancora un po’ oscura e a tratti ostile.

Con l’entrata nel periodo della latenza, a partire dai 7 anni fino ad arrivare agli 11, il bambino attraversa quella che Piaget definisce la fase “sociale” caratterizzata dai  giochi con regole.
E’ in questo periodo della vita che si iniziano a vivere realmente i rapporti con gli altri e vi è maggiore aderenza alla realtà.
Il bambino ora sperimenta la vita di gruppo e  si trova di fronte a determinate “regole” che è tenuto a rispettare. Lo spirito di competizione o di cooperazione che derivano dalle relazioni interpersonali, soprattutto in ambienti quali la scuola, il cortile, la palestra sportiva, portano il bambino a preferire giochi che rispecchiano tale realtà dove le regole vengono viste non più come imposizioni da accettare perché provenienti dal mondo adulto ma  mezzi necessari per il buon andamento del gioco stesso.
Durante questo periodo il bambino cresce dal punto di vista delle capacità relazionali ma anche di concentrazione, attenzione e di autocontrollo.

Autorevoli  psicoanalisti hanno trattato l’argomento gioco (pensiamo al gioco del rocchetto descritto da Freud nel suo saggio “Al di là del principio del piacere” in cui racconta che il nipote Ernst di diciotto mesi  riesce a elaborare il dolore della perdita temporanea della mamma gettando lontano  e poi ritirandolo a se un rocchetto legato a un filo. L’oggetto diventa la rappresentazione della mamma e un atteggiamento subito, passivo, diventa allora attivo laddove il bambino è in grado di riavvicinare a se la madre) anche se nel settore spicca,  per la peculiarità  e l’ accuratezza con cui ha trattato il tema, Melania Klein.
Essa ha studiato a fondo   gioco infantile, identificandolo come il luogo in cui il bambino esprime le sue fantasie, i suoi desideri e anche le esperienze reali in maniera simbolica. Il gioco può essere quindi inteso  come  un linguaggio da interpretare prestando attenzione ai singoli fattori che lo costituiscono (durata, materiale, simboli, caratteristiche, difficoltà, partecipazione). La Klein appare convinta che l’osservazione e l’interpretazione del gioco infantile possano costituire un mezzo di analisi di quelle che lei definisce nevrosi infantili, così come lo è l’interpretazione dei sogni nella terapia dell’adulto.
I giochi dei maschietti differiscono da quelli delle femminucce e quindi anche l’interpretazione del loro significato deve tener conto di questa diversità. Sono soprattutto i condizionamenti culturali a rendere diverso il modo di giocare tra maschi e femmine che, messi in una stanza con gli stessi giocattoli, si rivolgono in modo diverso a questi nella loro scelta, nella quantità di tempo investito, nella loro trasformazione fantastica in una qualche realtà.

Per ambedue i sessi ciò che appare importante in quest’ottica è la possibilità di giocare senza inibizioni e senza che si venga a creare un ossessivo interesse per una sola specifica modalità ludica segno, in questo caso, della presenza di un conflitto nel mondo emotivo del bambino.

Aiutare il bambino a giocare meglio e di più, anche attraverso un’accurata scelta dei giochi che vengono messi a disposizione, la disponibilità di ambienti adatti, la possibilità di dedicare molto tempo a questa attività, equivale a permettergli di esteriorizzare le sue fantasie di onnipotenza, così come quelle di inadeguatezza. Giocare diviene così il modo per esprimere i propri stati d’animo e, nello stesso tempo, per individuare possibili soluzioni a conflitti apparentemente irrisolvibili.

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