Animali e società urbana: un rapporto complesso

Capire cosa caratterizza  quello speciale legame che nel corso della storia si è creato tra l’uomo e gli animali, in particolare quelli definiti “da affezione” o “da compagnia”, è condizione indispensabile per spiegare come e perché la presenza di un cane o di un gatto possa costituire un aiuto alla salute psichica e fisica dell’uomo. La più antica  testimonianza dell’amicizia tra uomo e cane la si può far risalire a 12 mila anni fa, epoca a cui viene datata un’antica sepoltura di un bambino che stringe al petto un lupacchiotto. Varie sono le teorie che raccontano il primo incontro tra uomo e cane, o per meglio dire tra uomo e lupo.

Roberto Marchesini nel testo  “L’identità del cane” (Marchesini,2004) esplicita la sua tesi riguardo l’origine del cane, frutto dell’incontro tra uomo e lupo favorito da quello che lui definisce un “comportamento epimeletico” dell’uomo (capacità di sostenere l’attenzione, di attivare cure). La via epimeletica del processo di domesticazione, che caratterizza la sua teoria della zootropia, prevede come base fondativa dell’affiliazione l’adozione, cioè un rapporto parentale interspecifico caratterizzato dalla capacità dell’uomo di riconoscere i segnali epimeletici del cucciolo di altre specie (Marchesini, 2004).

Marchesini parla inoltre di adozione del cane  da parte dell’uomo in quanto, oltre al sentimento di cura che viene evocato dal cucciolo, successivamente emerge un altro sentimento, quello di sentirsi affezionati a lui perché parte integrante della nostra sfera affettivo- parentale.

L’ingresso del lupo nella comunità umana ha permesso a questa di evolvere grazie ai benefici  portati dalla sua presenza (maggior tempo per lo svago, per il sonno, maggior sicurezza della comunità) ed ancora oggi la presenza di un cane è un valore aggiunto che nasce dalla relazione  a doppio senso, noi che ci prendiamo cura di lui e lui che compie degli sforzi per entrare nel gruppo umano, sforzi che portano delle modificazioni di forte valore relazionale anche a livello comportamentale (basti pensare al cane che ha imparato a ridere per fare piacere al padrone andando contro la sua natura visto che l’alzata di labbra per mostrare i denti è un segnale di aggressività).

Fino al XIX secolo l’uomo aveva piena coscienza della sua dipendenza dall’animale domestico mentre oggi esiste una convinzione che l’animale, in modo particolare il cane, sia solo un fastidio da sopportare in quanto schiere di cinofili riempiono strade e parchi di questi quattrozampe.  La presenza del cane è invece un bisogno intrinseco dell’uomo, è un’opportunità che non bisogna trascurare e relegare in secondo piano, così come fatto con l’avvento dell’urbanizzazione e la conseguente sostituzione dell’animale con la macchina.
Il Novecento ha operato una regressione drammatica del cane togliendogli quel forte posizionamento di ruolo che aveva conquistato fin dal Paleolitico. L’errata percezione di inutilità dell’animale si è tradotta nella concezione che l’uomo non ha bisogno di esso e che quindi la sua presenza all’interno della comunità è dovuta solo al buon cuore dell’umano. Questa trasformazione, che ha segnato il declino della cultura rurale, ha aperto la strada per due nuove concezioni dell’animale: la reificazione degli animali da utilità e l’antropomorfizzazione degli animali da compagnia. La rottura con la concretezza rurale, le icone disneyane, la cooptazione familiare dell’animale da compagnia, la sempre maggior sensibilità e senso di simpatia e fratellanza che aveva preparato la tradizione etologica hanno messo le basi, negli anni ’70, per quella che sarà definita poi la rivoluzione animalista, completata nel decennio successivo. Il decennio che va dalla seconda metà degli anni ’60 alla prima metà degli anni ’70 vede inoltre aumentare le riflessioni sociologiche ed etiche sul modo di approcciare i problemi in generale e in etica si sente sempre più l’esigenza di  coniugare la tecnoscienza con la riflessione morale: Hans Jonas proporrà di legare a doppio filo la capacità di agire sul mondo ( e quindi l’orizzonte di acquisizioni tecnoscientifiche) con la responsabilità dell’azione umana, mentre l’oncologo Van Resselaer Potter (Bioethics: bridge to the future”, 1970) sottolineerà l’urgenza di una nuova disciplina coniugativa tra la cultura umanistica ( filosofia, teologia, diritto, sociologia ….) e quella scientifica, e tra i valori morali e le nuove frontiere delle scienze della vita, sancendo la nascita della bioetica. La bioetica, nell’idea del suo fondatore, rappresenta un tentativo di sanare la separazione tra scienza della natura (biologia) e scienza dello spirito (etica), per prospettare un avvenire vivibile per l’uomo e tracciare un “ponte verso il futuro” tanto che ha per scopo il miglioramento di tutto l’ecosistema. La parola chiave di queste riflessioni è “responsabilità”, laddove anche l’ultimo Lorenz più volte ritornerà sul tema dei pericoli capitali per l’uomo irresponsabile.
Lo sviluppo del concetto di responsabilità segnerà in modo indelebile il rapporto che si va creare con il cane non solo nel senso di una assunzione di maggior responsabilità ma di emergenza di una serie di problematicità legate alla difficoltà di  consolidare una cultura della responsabilità in un ambito dove l’uomo si era sempre mosso in una sorta di extraterritorialià etica.
E’ fondamentale guardare al cane come valore e pensare alle politiche rivolte al cane come un investimento per l’uomo. Se il cane con la sua predisposizione a crescere insieme alla comunità umana ha permesso l’evoluzione della stessa, ancora oggi la sua presenza  fatta anche di vincoli e fastidi, ma quale relazione non ne ha, è portatrice di indubbi vantaggi.
La zooantroplogia applicata si è posta l’obiettivo di ricostruire, o meglio, di rimettere al centro il  ruolo del cane attraverso una valorizzazione del rapporto con esso e la consapevolezza circa i contributi  referenziali apportati da questa relazione. (Marchesini, 2004)
In questi primi anni del XXI secolo si comincia ad avvertire un fenomeno sempre più pressante  che necessariamente opererà un forte slittamento nei prossimi anni nel nostro rapporto con il quadrupede. Il punto di svolta emerge dalla progressiva tendenza dei proprietari di cani di declinare il loro rapporto non più nella clausura delle mura domestiche, bensì al di fuori. Le attività cino – sportive, le performance ludico – relazionali, la tendenza ad andare al lavoro con il cane o a fare con la sua compagnia attività  di rilevanza sociale, la costruzione di quotidianità,  testimoniano come dalla classica struttura affiliativa  e privata si stia passando ad un tipo di relazione aperta verso l’esterno e coniugativi delle qualità di coppia.

Il cane come uno di famiglia. Il cane come compagno di giochi e passeggiate, il cane “lubrificatore sociale”, il cane come co-terapeuta nelle attività assistite. La relazione iniziata millenni addietro con un lupacchiotto  continua oggi nelle nostre case con uno dei suoi discendenti.

La confusione che caratterizza i nostri rapporti interpersonali però sta purtroppo invadendo anche la relazione con il mondo animale, in modo particolare il rapporto uomo-cane. Viviamo in un’epoca dove uomini e donne faticano a ritrovarsi in un ruolo di genere, tutti devono fare (ed essere) tutto, c’è paura dei sentimenti ed i legami si sciolgono troppo velocemente per l’incapacità di soffrire per un ideale di comunione, di condivisione. Egoismi personali che esigono dall’altro una totale devozione ai propri bisogni fanno si che le persone siano sempre più sole e depresse. L’animale da compagnia assume così il ruolo di colui che riempie questi spazi vuoti. Ecco allora che i pet hanno invaso le nostre case, spesso presi con la stessa superficialità con cui ci si compera un costoso oggetto. Ma l’animale ha delle necessità, ha una sua personalità. Che non sempre l’essere umano riesce a riconoscere, a capire, ad accettare. L’animale viene allora abbandonato, antropomorfizzato, relegato ad un ruolo che lo snatura e lo rende un ridicolo surrogato di figli e compagni assenti dalle nostre vite. In internet sono in vendita costosissimi oggetti per il pet, lettini, armadi per il suo guardaroba, passeggini, seggiolini da appendere al tavolo dove si pranza (uguali a quelli che sostituiscono il seggiolone quando si va al ristorante con un bimbo piccolo), nei negozi si trovano costosissime scatolette di cibo ai vari menù mentre se qualcosa non va nell’umore di Fido si ricorre all’antidepressivo.
Che ruolo assume allora il pet nella società? Forse è il caso di ripensare all’animale nel suo ruolo originario, quello tanto vicino ad un istinto da noi oramai dimenticato. Solo così ci potremo ancora arricchire invece che impoverire lui.
Mi affascinano le parole di Marchesini  e di tutto quel ramo della zooantropologia che vede nel cane un fautore della nostra evoluzione umana. Nella coppia le soggettività si perdono per lasciare posto ad una nuova entità che cresce e si sviluppa come un nuovo elemento. Due che diventano uno. Al cane oggi vengono riconosciuti molti meriti: il cane fa compagnia, il cane diventa “sentinella” e avverte l’imminente crisi epilettica, il cane salva i bagnanti in crisi, il cane scova la droga e l’esplosivo  nascosti, il cane accompagna i non vedenti, il cane aiuta i bambini nella pet therapy.
Al cane si guarda diversamente anche da un punto di vista legislativo, ora maltrattare un animale è reato.
Peccato che un cane non può però correre libero e fare del sano movimento perché rigidi assessori  rifiutano di creare delle aree adibite a questo, non può rinfrescarsi in una calda sera d’estate, buttandosi dal più nascosto degli scogli, perché la guardia costiera elargisce una multa salata ai suoi possessori, deve cuocere in auto se il proprietario ha urgenti necessità fisiche durante un viaggio in autostrada e si ferma al primo autogrill, privo come tutti di zone d’ombra e dog parking (17 in tutta la rete autostradale) . Peccato.
Nonostante lalatitanza delle istituzione nel garantire aree per il benessere animale e facilitazioni per chi detiene un animale da compagnia ci sono delle leggi interessanti che volgono in questa direzione:
L’art. 2 del DPCM del  3.3.2003   prevede l’adozione, da parte del Governo e delle Regioni, di disposizioni finalizzate ad assicurare il benessere degli animali. La conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le prov. autonome di Tn e Bz   ha sancito, con accordo 6.2.2003, che Regioni e Governo si impegnino  a promuovere iniziative rivolte a favorire una corretta convivenza tra le persone e gli animali da compagnia, nel rispetto delle esigenze sanitarie, ambientali e del benessere animale (Finalità e definizioni art. 1). Al pet deve essere garantita una adeguata possibilità di esercizio fisico (Responsabilità e doveri del detentore art 1. comma c) mentre Regioni e Province autonome possono promuovere, a livello alberghiero e dei maggiori centri turistici, ivi comprese spiagge e stabilimenti balneari, l’accoglienza temporanea dei cani e dei gatti e degli altri animali da compagnia (Tecniche di pet therapy accoglienza degli animali e cimiteri art. 2).
Una piccola nota personale.
Dopo una giornata di affanni un’ora serale  è dedicata al relax mio e della mia piccola compagna di vita. Io e lei, respirando l’aria di mare, passeggiamo spesso solitarie senza bisogno di comunicarci nulla, se non uno sguardo di affetto ogni tanto. Io ritrovo la parte più autentica di me, lei attraverso gli odori sul terreno si fa un riepilogo degli amici che in giornata sono transitati di li. Olivia corre libera, senza guinzaglio, caccia le ombre per poi tornare a cercare conforto in una mia carezza e mi segue.
Anche questa è terapia. Una terapia somministrata giorno dopo giorno per una patologia non grave che si chiama vita.
(Tratto dalla mia  tesi di specializzazione: ANIMALI  E SOCIETA’ URBANA Il ruolo degli animali in città, dalla compagnia alla terapia: uno studio sul rapporto uomo-pet e un progetto di AAA nella terza età)

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