Camminavo.

Non sapevo da quanto,
ma camminavo.

La strada sotto le zampe era dura, irregolare,
piena di odori che non conoscevo e che pure mi sembravano antichi,
come se qualcuno li avesse lasciati lì apposta per farmi sentire meno solo.

Davanti a me camminavano delle pecore, lente.
Dietro, un uomo che non aveva fretta.

Io ero il suo cane.
Questo lo sapevo.
Non perché me lo avesse detto,
ma perché mi sentivo al posto giusto.


Ogni tanto mi fermavo.
Non per cercare qualcosa ma per ascoltare: il buio, il passo degli altri, li mio respiro che si accordava al loro.

Le pecore davanti andavano piano, come se sapessero che non c’era fretta.
L’uomo dietro non parlava.
Non era solo ma ognuno stava con se stesso.

Io camminavo così,
senza fare domande,
quando ho sentito che qualcosa stava succedendo.

Non si sentiva nulla ma c’era un rumore sordo come se mille cuori battessero lo stesso ritmo come tamburi in marcia.

Non c’era confusione, c’era raccoglimento.

Come quando tutti, senza mettersi d’accordo,
abbassano la voce.

La stalla era lì.
Non annunciata.
Non illuminata.

Una stalla normale.
Di quelle che se non sei attento
passi oltre.

Sono entrato per primo.
Per abitudine.
E forse perché i cani fanno così, si assicurano che tutto sia gentile.

Dentro non c’era niente di straordinario.
Ed era proprio questo che colpiva.

C’era una donna seduta,
con la stanchezza addosso
e una quiete nuova negli occhi.

C’era un uomo che stava poco indietro,
come fanno quelli che sanno esserci
senza occupare spazio.

E poi c’era una mangiatoia.

Dentro, un bambino.

Non faceva nulla. Non piangeva, non chiedeva.

Eppure sembrava che tutto, lì dentro,
avesse finalmente trovato il suo posto.

Quel bambino aveva il carisma di un re ma di quelli che non fanno guerre.

Emanava possibilità.

Mi sono avvicinato piano.
Ho annusato l’aria intorno a lui.
Non sapeva di miracolo.
Sapeva di inizio.

Mi sono sdraiato vicino.
Non per difendere ma per vegliare.


Perché quando nasce qualcuno che porta speranza,
non serve fare nulla di speciale.
Serve solo esserci.

Poi sono arrivati altri esseri.
Pochi alla volta.
Diversi tra loro. Pastori, commercianti, donne, bambini, regnanti.
Nessuno si sentiva più importante degli altri.

Io ho pensato che forse il senso di tutto stava lì:
non nel clamore, non nella forza,
ma in quella fragilità che tiene insieme.

Poi ho sentito qualcosa di caldo sul fianco.

Una mano.

Una mano che conoscevo.

Ho aperto gli occhi. 

Ero nella mia cuccia.
Avvolto nel tepore.
Al sicuro.

La Capa era lì, piegata su di me.
Mi accarezzava piano.

«Buon Natale, Arturo»
mi ha sussurrato.

Poi mi ha messo vicino  un dono.
Bello, odoroso, giusto.

Io ho appoggiato il muso sulla sua mano
e ho pensato che certi sogni
servono a ricordarti perché vale la pena amare.

Io sono Arturo.
E anche oggi,
ho fatto la guardia alla speranza.

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