(di Arturo, cane terapeuta che una sera ha fatto amicizia con un cuore verde un po’ stropicciato)

Io il Grinch non l’ho incontrato per caso.
Io le creature strane le cerco e le sento prima con il naso e poi con il cuore.

Quella sera l’aria sapeva di freddo e di cose non dette. Gli umani avevano acceso lucine ovunque, ma io lo so: non tutte le luci scaldano. Alcune fanno solo rumore. E infatti, dietro a un bidone dell’immondizia, l’ho visto.

Era verde.
Arruffato.
Con lo sguardo di uno che dice: “Non chiedermi niente, che sono già stanco così.”

«Ciao» gli ho detto.
Io saluto sempre. È una forma di terapia preventiva.

Lui mi ha guardato storto.
«Sei un cane.»
«Sì.»
«Peggio ancora. Voi amate tutti.»
«Non è vero» ho risposto. «Io abbaio anche. Ma solo quando serve.»

Il Grinch ha sospirato. Un sospiro lungo, di quelli che fanno eco dentro.

«Odio il Natale» ha detto.
Non l’ha urlato. L’ha detto piano, come una diagnosi.

Io mi sono seduto. Quando qualcuno dice una cosa così, è meglio mettersi comodi.

«Sai» gli ho detto, «anche molti umani lo odiano.»
Lui mi ha guardato sorpreso.
«Davvero?»
«Certo. Gli umani lo chiamano Sindrome del Grinch. Ma secondo me è solo stanchezza travestita da rabbia.»

Il Grinch ha fatto una risata amara.
«Io non odio il Natale. Odio quello che il Natale è diventato.»

E allora ha parlato. E io ho ascoltato, con le orecchie dritte e la coda ferma, che quando la coda si ferma vuol dire che sto prendendo appunti.

Ha detto che il Natale fa troppo rumore.
Che obbliga alla felicità.
Che impone abbracci a chi ha appena perso qualcuno.
Che chiede alle persone di essere grate quando sono solo stanche.
Che trasforma il vuoto in pacchetti luccicanti, come se bastasse la carta per sistemare le crepe.

«Io non ce la faccio» ha detto. «A fingere. A sorridere. A fare finta che vada tutto bene solo perché lo dice il calendario.»

Io ho annuito.
«Gli umani che vengono nello studio della mia Umanologa dicono la stessa cosa.»

«Davvero?»
«Sì. Dicono che il Natale amplifica tutto. La solitudine, il lutto, i fallimenti, le famiglie che non funzionano, gli amori che scricchiolano.»

Il Grinch si è accasciato un po’.
«Allora non sono io il problema.»

«No» gli ho detto. «Il problema è pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in chi non riesce a essere felice a comando.»

Lui ha abbassato lo sguardo.
«Io volevo solo silenzio. E invece… canzoni, cene, obblighi, regali sbagliati.»

Ah, i regali sbagliati.
Su quello io potrei scrivere un trattato.

«Sai» gli ho detto, «molti umani soffrono perché ricevono cose che non li rappresentano. Non perché siano ingrati. Ma perché non si sentono visti.»

Il Grinch ha alzato un sopracciglio.
«Quindi il problema non è il regalo.»
«No. È l’assenza di ascolto.»

Lui ha fatto un mezzo sorriso. Il primo.

«E tu, cane terapeuta, cosa fai quando odi qualcosa?»
«Mi sdraio accanto» ho risposto. «Non cerco di cambiarla. Le tengo compagnia.»

Il Grinch è rimasto in silenzio. Poi ha detto:
«Forse io non odio il Natale. Forse odio sentirmi obbligato a essere diverso da come sono.»

Io mi sono avvicinato e gli ho appoggiato il muso sul ginocchio.
«Allora sei normale. Solo che nessuno te l’ha mai detto.»

Quando me ne sono andato, lui non aveva ancora acceso nessuna luce. Ma osservava quelle della città con occhi diversi.

E questo, per uno come il Grinch, è già un miracolo.

Io sono Arturo.
E lo so: alcuni Natali non si festeggiano.
Si attraversano.
Magari con qualcuno accanto. Anche solo per stare zitti insieme.

Fine.

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