Io sono sul tappeto, quello grande, quello che profuma ancora un po’ di resina finta e di biscotti veri.
Da qui vedo tutto.
La Capa sta smontando l’albero di Natale.
Di solito, quando lo monta, l’aria è piena di musica. Campanellini, canzoni allegre, lei che canticchia stonata e ride. Io che mi infilo tra le scatole, rischio di rimanere impigliato nei fili delle lucine e faccio finta che sia tutto un gioco.
Oggi no.
Oggi non c’è musica.
Solo il rumore leggero della carta velina.
E i suoi movimenti sono lenti, come se avesse paura di svegliare qualcuno.
Prende ogni pallina con una cura infinita. Le parla. Sì, proprio parla.
A qualcuna dice “grazie”, a qualcuna “sei sempre bellissima”, a qualcuna solo un sorriso silenzioso.
Poi prende lei.
La decorazione più preziosa. Quella del bambino abbracciato all’orsacchiotto.
È antica, lo so, me lo ha spiegato: viene da un negozio di Bologna, uno di quelli che sanno di tempo e di storie. La Capa la accarezza con due dita, come si fa con le cose che contano davvero.
«Arrivederci all’anno prossimo», dice piano.
Io la guardo.
E capisco che questo non è solo smontare un albero.
È salutare qualcosa.
Ogni tanto una pallina scivola.
Crack.
La Capa si ferma, fa quella faccia lì, quella che conosco bene. Non piange, non dice nulla, ma dentro sì. Io lo sento.
Mentre lei è immersa nei suoi pensieri umani, io mi ritrovo a guardare l’angolo del salotto.
Quello degli gnomi.
Sono tutti lì. In fila. Uno con il cappuccio rosso, uno verde, quello con le treccine e quello con il vestito tirolese.
E uno, l’ultimo arrivato, mi guarda fisso.
È uno gnomo buffissimo. Ha le ciabattine a forma di alce e tiene in braccio un orsacchiotto. Ha l’aria di uno che non ha capito bene come funzionano le cose.
«Arturo…» mi sussurra.
«Che succede? Perché stanno spegnendo tutto? Era così bello… le lucine, la luce, gli amici… stavo tanto bene con tutto questo.»
Sospiro.
Perché spiegare certe cose non è facile, neanche per un cane saggio come me.
«È così tutti gli anni», gli dico.
«Adesso arriva il momento più triste. Si rimette tutto nei cartoni e si porta giù, nel box. E poi… si aspetta.»
Lo gnomo sgrana gli occhi.
«Aspettare? Anche io? Ma io sono appena arrivato! Io non voglio finire nello scatolone. Io voglio stare qui.»
Lo capisco. Davvero.
«C’è un’eccezione ogni anno», gli spiego.
«Un pupazzo resta fuori. Quest’anno è toccato all’alce con la maglietta di lana, quello con Babbo Natale disegnato sopra. L’ho visto: è finito nell’armadio, ma non sparirà.»
Lo gnomo abbassa lo sguardo.
«E noi?»
«Voi no. Gli gnomi vanno via tutti insieme. Ed è proprio questo il bello.»
Lui non è convinto.
«A me questa cosa non piace. Io vorrei questa atmosfera tutto l’anno.»
Allora mi avvicino un po’.
Perché certe spiegazioni vanno date piano.
«Vedi», gli dico, «questa luce serve adesso. Serve quando fuori è buio, quando fa freddo, quando le giornate sono corte. Le lucine illuminano l’inverno. Poi arriva la primavera. E al posto delle lucine ci saranno i fiori sul davanzale.»
Si stringe all’orsacchiotto.
«Ma io che c’entro? Io non do fastidio.»
«C’entri perché sei magico», gli rispondo.
«E la magia non può stare sempre accesa. Ha bisogno di riposare.»
Gli spiego che le cose belle non durano per sempre, ma non perché finiscono: perché lasciano spazio.
Se restassero tutte, non ci sarebbe posto per niente di nuovo. Né per i fiori, né per l’aria tiepida, né per le giornate lunghe.
Gli dico anche che non sarà solo.
Che starà con gli altri gnomi.
Che il tempo passerà veloce, velocissimo.
E che riposare serve, proprio come serve a noi quando diamo tanto.
«Così l’anno prossimo», concludo, «sarai pieno di energia. Ti farai toccare dai bambini, porterai allegria, risplenderai meglio di prima.»
In quel momento arriva la Capa.
Prende gli gnomi uno a uno. Li saluta.
Quando arriva a lui, si ferma un po’ di più.
«Ti terrei fuori», gli dice, «ma non sarebbe giusto per gli altri. E poi… guarda che faccia da nanna che hai.»
Gli dà un bacino.
E lo mette nella busta speciale degli gnomi.
Io resto sul tappeto.
Guardo l’albero ormai spoglio.
E penso che anche se fa un po’ male, lasciare andare è un atto d’amore.
E che il Natale, in fondo, non va in scatola.
Si sposta solo… in un altro posto del cuore.
