Era una delle solite serate dedicate alla passeggiata che conclude la giornata, quelle in cui si esce non per andare da qualche parte, ma per tornare un po’ a casa dentro di sé dopo ore e ore di pensieri sugli altri.
Io e l’Umanologa camminavamo piano.
Lei guardava avanti.
Io guardavo le finestre.
A Natale, le finestre parlano.
Basta saperle ascoltare.
C’erano alberi dappertutto.
Alti, bassi, grossi larghi.
Alberi veri che profumano di bosco e alberi di plastica che profumano di coerenza.
Ho tirato il guinzaglio.
Pipì.
Prima scusa per fermarmi.
Dietro la prima finestra c’era un albero pieno di tutto.
Palline grandi, palline piccole, luci intrecciate senza un’idea precisa, colori che litigavano tra loro. Non seguiva nessuna regola, ma faceva venir voglia di entrare.
L’albero sembrava sorridere.
«Scusa il disordine» mi ha detto.
«Mi entusiasmo. Poi esagero.»
Ho inclinato la testa.
«Non è disordine» gli ho risposto.
«È gioia che non sa stare ferma.»
Ho salutato con la coda
e siamo andati avanti.
Poco più avanti, un’altra finestra.
Un altro albero.
Questo era elegante.
Ogni pallina al suo posto, ogni luce alla distanza giusta, colori scelti con cura.
Elegante. Impeccabile.
«Non troverai mai un difetto in me» mi ha detto.
«Sono impeccabile. Mi controllo.»
L’ho osservato bene.
«Va bene essere ordinati» gli ho risposto.
«Ma ricordati che ogni tanto è bello inciampare anche nella meraviglia dell’imprevisto.»
Una luce ha tremato appena.
Ma solo un attimo.
Ho tirato ancora il guinzaglio.
Pipì numero due.
L’Umanologa ha sospirato.
Io ho fatto finta di niente.
Dietro la finestra successiva c’era un albero spoglio, con poche decorazioni.
Luci basse, timide, con la paura di disturbare.
Niente fronzoli, niente eccessi.
«Il Natale non mi piace molto» mi ha sussurrato.
«Fa troppo rumore.»
Mi sono avvicinato piano.
«Non è rumore, non è confusione» gli ho detto.
«Prova ad andare oltre.
Ascolta i bisbigli del cuore.»
Ha acceso una lucina in più.
Solo una.
Mi sono dovuto fermare per una pipì emotiva.
Poi ho visto un albero tutto rosa.
Fiocchi, paillettes, ghirlande morbide, boa fucsia svolazzanti e decorazioni che sembravano carezze.
Si faceva notare anche al buio.
«Guardami» mi ha detto.
«Dimmi che sono bello.»
L’ho guardato, anzi, l’ho visto.
«Se hai così bisogno di essere guardato» gli ho risposto
«forse speri che qualcuno, prima o poi,
ti veda davvero.»
Silenzio. Una pallina è caduta.
Ma nessuno si è fatto male.
Ancora qualche passo.
Ancora una finestra.
Questo albero era pieno di orsacchiotti, animaletti, decorazioni di legno.
Ed era di plastica.
«Lo so che sono finto ma gli alberi» mi ha detto
«è giusto che restino nei boschi. Io preferisco essere così.»
Ho annusato l’aria.
«Non sei finto» gli ho risposto.
«Se scegli di proteggere.»
Stavamo per rientrare.
Io avevo già fatto tutte le pipì necessarie a riflettere e l’Umanologa camminava con quell’aria da “ancora due minuti e poi a casa”.
Poi l’ho vista.
Non era dietro una finestra.
Era in un giardino.
Una piccola palmetta,
con il tronco avvolto da lucine calde
e le foglie disegnate dalla luce, una per una,
come se qualcuno avesse voluto accarezzarle tutte.
Mi sono fermato di colpo.
«Aspetta» ho detto con il corpo.
Che è il mio modo di parlare quando le cose contano.
Mi sono avvicinato al cancello
e ho guardato la palmetta.
«Scusa» le ho chiesto
«come mai sei un albero di Natale così diverso?»
Lei ha fatto brillare le lucine,
senza spegnerne nessuna.
«La mia famiglia viene da lontano» mi ha detto.
«Da un posto dove il Natale non è tradizione.
Ma hanno voluto festeggiarlo lo stesso.
A modo loro.»
Ho annusato l’aria.
C’era un profumo diverso.
Non di abete.
Ma di casa.
«Così hanno scelto me» ha continuato.
«Non per sembrare qualcun altro,
ma per esserci.
Con quello che siamo.»
Sono rimasto in silenzio.
Che è un’altra cosa che so fare bene.
Poi le ho detto:
«Allora sei un albero di Natale vero.
Perché non hai smesso di essere te stessa per stare insieme agli altri.»
Le lucine hanno tremolato un po’,
come quando qualcuno sorride senza farsi notare.
Ho tirato piano il guinzaglio.
Ultima pipì.
Di quelle importanti.
Mentre ci allontanavamo ho pensato che il Natale è così:
non uguale per tutti, ma abbastanza grande da fare spazio a tutti, si.
Ho guardato il viale.
Tutti quegli alberi diversi. Tutti convinti di essere strani. Tutti convinti di essere soli o unici.
La mia piccola mente sempre in movimento ha emesso il suo ultimo pensiero serale:
Se mantieni la tua identità mentre ti unisci agli altri, non sei diverso, sei speciale. Sei un valore aggiunto.
L’Umanologa mi ha tirato piano il guinzaglio.
«Andiamo, Arturo.»
Sono andato.
Ma mentre tornavamo a casa
ho pensato che forse il Natale è proprio questo:
camminare piano, fermarsi davanti alle finestre,
e accorgersi che ognuno brilla a modo suo.
Io sono Arturo.
E quando passeggio la sera,
parlo con gli alberi.
