Novelle di Natale: Babbo Natale esiste?

Era una sera d’inverno.

Il cielo esitava, come se stesse scegliendo se bagnare le strade o ricordarsi che era Natale

e accarezzarle con un po’ di neve.

L’aria pizzicava il naso, le luci tremolavano un po’, come se avessero freddo anche loro.

La gente camminava veloce, tutta raggomitolata nei cappotti.
Sciarpe avvolte fino al mento, mani infilate nelle tasche, cappelli tirati giù sugli occhi.
C’era quell’odore di freddo umido e di cose da fare in fretta, prima che arrivi Natale.

Stavamo camminando lungo il viale.
Io e l’Umanologa.
Lei guardava le vetrine.
Io annusavo il Natale.

C’erano luci dappertutto.
Lucine piccole, lucine grandi, lucette che sembravano stelle cadute male e finite sui rami degli alberi.
I negozi erano vestiti a festa, la gente camminava con i pacchetti sotto il braccio e quell’aria un po’ agitata di chi spera di non dimenticare nessuno.

Io, come al solito, guardavo tutto dal basso.
Che è il punto di vista migliore per capire le cose importanti.

A un certo punto mi sono fermato.

Passando davanti a due negozi, mi sono accorto che, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, c’erano due Babbi Natale.
Barba bianca, pancione, risate un po’ finte, bambini in fila per la foto.

È stato allora che l’ho visto.

In mezzo al viale c’era un bambino.
E piangeva.

Ho tirato il guinzaglio.
Mi sono piantato lì.

Piangeva forte.
Di quel pianto che non chiede consolazione.
Chiede verità.

A un certo punto ha urlato, con una voce che ha gelato l’aria più del freddo:

BABBO NATALE NON ESISTE.

Silenzio.

Un silenzio strano, come quando cade qualcosa di fragile e nessuno sa se si è rotto davvero.

La gente si è voltata.
Qualcuno ha sorriso imbarazzato.
Qualcuno ha fatto finta di niente.

Io no.

Mi sono avvicinato al bambino.
Gli ho guardato le scarpe bagnate, poi gli occhi.

«Cosa è successo?» gli ho chiesto.

Tra un singhiozzo e l’altro mi ha spiegato che non poteva essere vero.
Che Babbo Natale arriva la notte del 24.
Che ce n’è uno solo.
E allora chi sono quei due lì?
Perché sono qui adesso?
Sono impostori?

Poi mi ha guardato serio, come fanno solo i bambini quando fanno domande gigantesche:

«Ma allora…
Babbo Natale esiste?»

Io ho pensato un attimo.
Io penso sempre un attimo prima di rispondere.
Anche se sono un cane.

Poi gli ho detto:

«Non piangere.
Babbo Natale esiste.»

Il bambino ha smesso di piangere.
Di colpo.

«Babbo Natale esiste. E’ quando qualcuno ti guarda e capisce chi sei.
È quando ricevi un dono e senti che non è un oggetto, ma un messaggio d’ amore.
È quando qualcuno ha pensato a te mentre non c’eri.»

Gli ho detto che Babbo Natale è la magia di sentirsi visti.
Riconosciuti.
Scelti.

Amati.

«Quelli lì, ho continuato, indicando i due col vestito rosso «sono solo persone travestite.
Ma la notte del 24…
quella magia esiste davvero.
Solo che non scende dal camino.
Passa dal cuore.»

Il bambino mi ha guardato.
Non sorrideva ancora.
Ma non piangeva più.

«E gli adulti?» mi ha chiesto.
«Ci credono ancora?»

Io ho sospirato piano.
Che è una cosa che faccio spesso, da cane terapeuta.

«Gli adulti» gli ho detto «ci credono tantissimo.
Solo che a volte fanno finta di no.
Perché fa più male sperare
che ricevere un pacchetto vuoto.»

L’Umanologa mi ha chiamato.
Dovevamo andare.

Il bambino è rimasto lì, in mezzo alle luci, con gli occhi un po’ più calmi.

Io ho ripreso a camminare.
Annusando il Natale.

E ho pensato che forse, alla fine,
Babbo Natale esiste davvero.

Ogni volta che qualcuno ti fa un dono che parla di te.
Ogni volta che ti senti visto.
Ogni volta che non sei invisibile.

Io sono Arturo.
E io, a Babbo Natale, continuo a crederci.

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