Ci sono incontri, nella vita ordinaria, che ti obbligano a rivedere alcune parole.
Una di queste è demonio.

Non nel senso religioso, non nel linguaggio della fede o dei dogmi.
Ma come esperienza concreta, quotidiana.
Come qualcosa che prende forma nelle relazioni, negli scambi umani, in certe presenze che entrano nella tua vita con un volto apparentemente normale, persino rassicurante, e che solo col tempo rivelano una dinamica diversa.

Accade così: ti relazioni pensando di avere davanti una persona qualunque, una delle tante. Poi, lentamente, la realtà inizia a spostarsi. I fatti vengono deformati, le parole girate, le intenzioni reinterpretate. Ti ritrovi a dubitare di ciò che sai, di ciò che hai vissuto, persino di ciò che senti.
Non perché tu sia fragile, ma perché alcune persone hanno una straordinaria capacità di minare la pace altrui per sostenere la propria instabilità, il proprio bisogno di controllo, il proprio vuoto.

È una forma di violenza sottile.
Non lascia lividi, ma affatica la mente.
Non urla, ma logora.

In questi momenti capisci che il vero campo di battaglia non è la relazione in sé, ma la pace interiore.
E che proteggerla non è un lusso, ma una necessità vitale.

È allora che tutto il lavoro quotidiano, fatto di piccole cose, diventa improvvisamente essenziale. Le briciole di benessere che raccogliamo ogni giorno — una risata condivisa, una passeggiata, una conversazione vera, lo sguardo di chi ti stima — smettono di essere dettagli e diventano fondamenta.

La pace non arriva tutta insieme.
Si costruisce.

A me piace pensare alla mente come a due cerchi.
Nel primo, piccolo, metto il problema. Lo guardo, lo riconosco, senza negarlo. È lì, esiste, pesa.
Nel secondo cerchio, molto più grande, metto tutto il resto: le persone che mi vogliono bene, le amicizie sane, il lavoro che amo, la stima ricevuta, le cose belle che ho costruito nel tempo, spesso con fatica e dedizione.

Poi avvicino i due cerchi.
E succede qualcosa di semplice e potente: il problema smette di occupare tutto lo spazio. Torna alle sue reali dimensioni. Un punto, non l’intero foglio.

Questo esercizio non elimina il dolore, ma lo ridimensiona.
E ricordarci le proporzioni, nella vita, è un atto di igiene mentale.

C’è una frase attribuita ai monaci buddhisti che mi accompagna spesso:
se un problema si può risolvere, allora vale la pena impegnarsi a risolverlo;
se non si può risolvere, allora preoccuparsi è inutile.

La preoccupazione non è mai una soluzione.
È solo un modo per restare intrappolati.

La pace interiore, invece, è una scelta quotidiana. A volte faticosa, a volte imperfetta, ma possibile. È imparare a riconoscere ciò che nutre e ciò che consuma. È scegliere di non permettere a nessuno di occupare uno spazio che non gli spetta. È tornare, ogni volta che serve, a ciò che è vero, stabile, buono.

Perché il demonio, quello vero, non è fuori.
È tutto ciò che tenta di portarci lontano da noi stessi.

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