Partiamo da un caso clinico del passato, rielaborato per questo articolo.
Si tratta di una donna di 75 anni, sostanzialmente in buona salute fisica, autonoma sia economicamente che nella gestione quotidiana. Ha recentemente perso il marito, con il quale ha condiviso tutto. Si trova quindi in una fase iniziale di elaborazione del lutto.
Durante i colloqui, riporta numerose difficoltà legate alla vita quotidiana: persone che sbagliano, situazioni gestite male, individui che – a suo dire – approfittano di lei o non fanno il loro lavoro correttamente. Il racconto è spesso accompagnato da una forte componente di lamentela e da una visione delle relazioni in termini conflittuali.
Parallelamente, emergono alcuni aspetti peculiari: la difficoltà a prendersi cura della propria salute (rimando di visite importanti, trascuratezza rispetto a sintomi evidenti) e una marcata attivazione solo quando è presente un problema esterno, percepito come urgente o “ingiusto”.
Questo tipo di funzionamento offre uno spunto molto interessante di riflessione.
Il problema esterno come organizzatore interno
In alcuni assetti psicologici, il problema esterno non è solo un evento da gestire, ma diventa un vero e proprio organizzatore dell’esperienza interna.
Quando esiste un “nemico”:
- la persona si attiva
- sente energia
- ha una direzione chiara
Quando invece il problema riguarda il mondo interno – dolore, solitudine, fragilità, malattia – si osserva spesso una difficoltà significativa a sostare in quell’esperienza.
È come se:
- l’esterno organizzasse
- l’interno disorganizzasse
Difese psicologiche: proiezione ed esternalizzazione
Dal punto di vista clinico, questo funzionamento si associa frequentemente a due meccanismi di difesa:
- Proiezione: aspetti interni difficili da tollerare (impotenza, paura, vulnerabilità) vengono attribuiti all’esterno
- Esternalizzazione della responsabilità: il problema è sempre fuori, mai dentro
Questo consente alla persona di mantenere:
- un senso di integrità (“io sto bene, sono gli altri che sbagliano”)
- un senso di controllo (“posso difendermi da ciò che è esterno”)
Al contrario, riconoscere un disagio interno implica confrontarsi con:
- il limite
- la dipendenza
- la perdita di controllo
Il corpo: il grande evitato
Un elemento clinicamente molto rilevante è il rapporto con il corpo.
Nel caso descritto, la paziente tende a trascurare aspetti importanti della propria salute: rimanda visite, minimizza sintomi, fatica ad attivarsi su ciò che la riguarda direttamente.
Il corpo, infatti:
- non può essere combattuto come un nemico esterno
- richiede ascolto, accettazione e, spesso, dipendenza dall’altro (medico, cura)
Per alcune persone, questo è particolarmente difficile.
L’evitamento del corpo non è disinteresse, ma spesso una forma di evitamento ansioso profondo.
Attivarsi solo nella lotta
Un altro elemento centrale è la modalità di attivazione.
Queste persone funzionano prevalentemente in un assetto:
👉 attacco–difesa
C’è un problema → c’è un colpevole → io reagisco
Questa configurazione fornisce:
- energia
- identità
- senso di efficacia
In assenza di questo schema, possono emergere:
- vuoto
- tristezza
- disorientamento
E, non di rado, il sistema tende inconsapevolmente a ricreare situazioni problematiche pur di mantenere questo assetto.
Il lutto e il bisogno di struttura
Nel caso clinico descritto, il lutto rappresenta un elemento chiave.
La perdita di una figura significativa comporta:
- una destabilizzazione profonda
- una ridefinizione dell’identità e dei ruoli
In questa fase, la creazione (o amplificazione) di problemi esterni può avere una funzione precisa:
- evitare il contatto diretto con il dolore
- riempire il vuoto lasciato dalla perdita
- mantenere un senso di movimento e di scopo
Anche la lamentela continua può essere letta, in questa prospettiva, come una modalità indiretta di:
- richiesta di presenza
- mantenimento del legame con l’altro
ma senza esporsi in modo vulnerabile
Quando aiutare non è semplice
Chi si trova accanto a persone con questo funzionamento può sperimentare:
- stanchezza
- irritazione
- senso di impotenza
È facile essere coinvolti in una dinamica implicita:
👉 diventare alleati contro il mondo
Ma questo rischia di rinforzare il meccanismo stesso.
Allo stesso tempo, contrastare direttamente la visione della persona (“non è così”, “stai esagerando”) tende a irrigidire ulteriormente il sistema.
Uno sguardo più ampio
Questi funzionamenti non sono “scelte” consapevoli, ma modalità costruite nel tempo per mantenere un equilibrio interno.
Dietro la ricerca continua di problemi esterni si trovano spesso:
- difficoltà nel contatto con il mondo emotivo interno
- paura della fragilità
- bisogno di mantenere un senso di controllo
Riconoscere questi meccanismi permette di spostare lo sguardo:
- dal giudizio alla comprensione
- dalla reazione automatica a una presenza più consapevole
Conclusione
Non tutte le persone che si lamentano stanno semplicemente “lamentandosi”.
A volte stanno cercando, nel modo che conoscono, di:
- restare in equilibrio
- non entrare in contatto con un dolore troppo grande
- continuare a sentirsi attive e vive
Il lavoro psicologico, quando possibile, non consiste nel togliere i problemi esterni, ma nel rendere gradualmente più accessibile il mondo interno, senza che questo diventi travolgente.
