Negli ultimi anni, nel lavoro clinico ma anche nella vita quotidiana, emerge con sempre maggiore evidenza un fenomeno curioso e, per certi versi, disorientante:
le persone sembrano avere difficoltà a stare dentro ai confini.
Non si tratta, però, di una semplice “mancanza di limiti”.
La realtà è più complessa.
I confini non sono scomparsi: sono diventati incoerenti
Non è corretto dire che i confini non esistono più.
Piuttosto, assistiamo a una trasformazione:
- i propri confini vengono spesso difesi in modo rigido e assoluto
- i confini altrui faticano a essere riconosciuti e rispettati
Questa asimmetria genera una relazione squilibrata, in cui il proprio bisogno è centrale, mentre l’altro perde consistenza.
La perdita della discrezione
Un tempo esisteva una forma implicita di regolazione sociale: la discrezione.
Non tutto ciò che si pensa si diceva.
Non tutto ciò che si desiderava veniva chiesto.
Non tutto ciò che era possibile fare veniva fatto.
Oggi questo filtro sembra indebolito.
Domande invasive, richieste insistenti, comportamenti poco attenti allo spazio dell’altro diventano più frequenti.
Il limite non è più percepito come un dato, ma come qualcosa da esplorare, negoziare, a volte forzare.
Quando l’altro smette di esistere nella mente
Dal punto di vista psicologico, possiamo leggere questo fenomeno come una difficoltà nella mentalizzazione dell’altro.
Significa, in termini semplici, che:
si è molto centrati su ciò che si prova e si desidera, ma si perde la capacità di rappresentarsi l’altro come soggetto autonomo, con bisogni, tempi e limiti propri.
Questo si osserva in tante piccole situazioni quotidiane:
- nei comportamenti distratti nello spazio condiviso
- nelle interazioni sociali poco regolate
- nelle relazioni in cui si entra troppo velocemente in intimità
Una cultura dell’espressione senza regolazione
Viviamo in un’epoca che valorizza giustamente l’espressione di sé, l’autenticità, il riconoscimento dei bisogni.
Ma tra:
- reprimere
e - esprimere senza filtro
esiste uno spazio intermedio fondamentale:
👉 la regolazione relazionale
Quando questo passaggio viene saltato, il rischio è che il bisogno personale diventi automaticamente un diritto da esercitare, indipendentemente dall’altro.
Sovraccarico e disattenzione
A questo si aggiunge un altro fattore: il sovraccarico.
Siamo continuamente stimolati, distratti, impegnati su più fronti.
La conseguenza è una riduzione della presenza mentale.
E quando la presenza diminuisce:
👉 diminuisce anche la capacità di tenere conto dell’altro.
Il “no” non basta più
Un segnale molto interessante di questo cambiamento riguarda la difficoltà ad accettare un limite.
Sempre più spesso il “no” non viene percepito come sufficiente.
Viene seguito da:
- richieste di spiegazione
- tentativi di negoziazione
- bisogno di accesso
Come se il confine dovesse essere giustificato per essere legittimo.
Confini che proteggono, non che chiudono
Di fronte a questa realtà, molte persone iniziano a fare un movimento di ritiro:
- riducono le interazioni
- selezionano i contatti
- proteggono il proprio spazio
Questo non è necessariamente un segnale di chiusura.
Può essere, al contrario, un tentativo sano di ristabilire equilibrio.
Il punto non è isolarsi, ma imparare a costruire confini più chiari:
- essenziali
- non giustificati eccessivamente
- rispettosi di sé e dell’altro
Una nuova competenza relazionale
Forse oggi più che mai, la competenza non è solo “mettere confini”, ma saperli gestire in modo coerente.
Questo significa:
- riconoscere i propri limiti senza colpa
- accettare quelli degli altri senza invaderli
- tollerare che non tutto sia accessibile, spiegabile o negoziabile
In sintesi
Non siamo di fronte a un mondo senza confini.
Siamo in una fase in cui i confini sono:
- più dichiarati
- meno regolati
- meno reciproci
E proprio per questo diventa ancora più importante recuperarne il senso originario:
👉 il confine non serve a separare, ma a permettere una relazione possibile.
