Voglio iniziare questo articolo con un appunto personale.
Se guardo indietro alla mia vita, vedo tanti momenti difficili, dolori, delusioni, situazioni che avrei volentieri evitato. E naturalmente le difficoltà non sono finite, perché fanno parte della vita di ciascuno di noi.
Oggi, non più ragazzina, sento di avere dentro di me la forza e l’energia per affrontare quello che mi capita. Non significa che non soffra, che non abbia paura o che non attraversi momenti di sconforto. Significa che, anche quando le cose si complicano, continuo a percepire la possibilità di affrontarle.
Da adolescente non avevo ancora questa consapevolezza, ma avevo qualcosa che ricordo molto bene: una straordinaria forza di volontà.
Volevo andare avanti. Volevo costruirmi un futuro migliore. Volevo essere me stessa, trovare la mia strada, non soccombere alle aspettative sociali o alle scelte che altri avrebbero voluto impormi.
Non ero un’adolescente particolarmente brillante o dotata di chissà quali risorse. Ero una ragazza normale, con le mie insicurezze, le mie contraddizioni e una famiglia che, come tante altre, a volte mi dava forza e altre volte me la toglieva.
Eppure, anche nei momenti peggiori, il futuro rimaneva qualcosa verso cui tendere.
È proprio questo che oggi faccio sempre più fatica a ritrovare in tanti adolescenti che incontro.
E la domanda che continuo a pormi, come persona prima ancora che come psicoterapeuta, è una domanda che mi fa profondamente male:
Che cosa stanno vivendo questi ragazzi per arrivare, a quindici o sedici anni, a non avere più voglia di vivere?
Quando la sofferenza diventa un baratro
Un recente articolo pubblicato su La Nazione racconta una realtà drammatica: a Firenze, numerosi adolescenti, soprattutto ragazze tra i 14 e i 17 anni, arrivano al ricovero psichiatrico in condizioni di grave sofferenza. Depressioni profonde, comportamenti autolesivi, pensieri suicidari e, in alcuni casi, tentativi di togliersi la vita.
Non sono soltanto numeri o notizie di cronaca.
Sono ragazzi che stanno male al punto da non riuscire più a sostenere il peso della propria esistenza.
E purtroppo questa sofferenza la incontro anch’io nella mia pratica professionale.
Incontro adolescenti che sembrano precipitati in un baratro dal quale non riescono più a risalire. Ragazzi che non trovano più piacere nelle cose, che perdono interesse per le relazioni, per la scuola, per quello che fino a poco tempo prima rappresentava una parte importante della loro vita.
Ragazzi che non riescono più a immaginare che domani possa essere diverso da oggi.
L’autolesionismo è un fenomeno che, pur nella sua gravità, riesco a comprendere attraverso i meccanismi psicologici che lo sostengono. In molti casi, farsi male fisicamente rappresenta un tentativo disfunzionale di regolare una sofferenza emotiva diventata intollerabile. Il dolore fisico può diventare un modo per interrompere, spostare o rendere momentaneamente più gestibile quello mentale.
Non necessariamente chi si procura delle ferite vuole morire. Talvolta, paradossalmente, sta cercando un modo per continuare a vivere, per sopportare qualcosa che non sa più come affrontare.
Naturalmente questo non rende l’autolesionismo meno grave, né esclude un possibile rischio suicidario.
Ma ciò che mi sconvolge maggiormente è incontrare ragazzi nei quali sembra essersi spenta persino la possibilità di immaginare una via d’uscita.
Perché una cosa è non sapere come affrontare la vita. Un’altra è arrivare a pensare che la vita non valga più la pena di essere vissuta.
E quando questo accade a quindici anni, credo che tutti noi dovremmo sentirci chiamati in causa.
Una generazione piena di possibilità, ma povera di futuro
Mi è capitato più volte, negli ultimi anni, di fare un pensiero che può sembrare provocatorio: per fortuna oggi ho sessant’anni e ne avevo venti quarant’anni fa.
Non perché allora tutto fosse migliore. Non lo era affatto.
C’erano limiti, imposizioni, possibilità negate, modelli sociali rigidi. Tante strade erano precluse, soprattutto alle donne, e molte delle opportunità che oggi esistono erano semplicemente impensabili.
Eppure avevamo, o almeno io ricordo di avere avuto, la sensazione che davanti a noi ci fosse un futuro da costruire.
Oggi i ragazzi hanno un’offerta straordinaria di possibilità. Possono studiare materie che un tempo neppure esistevano, coltivare passioni trasformandole in professioni, conoscere il mondo, entrare in contatto con realtà lontanissime.
Se oggi dovessi scegliere nuovamente il mio percorso universitario, probabilmente sceglierei ancora psicologia. Ma potrei anche immaginare altre strade, legate a interessi che allora non avevano alcuno sbocco concreto.
Le opportunità si sono moltiplicate.
Eppure, in questo immenso mare di possibilità, molti ragazzi sembrano perdersi.
Perché avere tante possibilità non significa necessariamente riuscire a immaginare il proprio futuro.
Anzi, talvolta l’eccesso di alternative, il confronto continuo, la paura di sbagliare e la sensazione di dover essere sempre all’altezza rendono ancora più difficile scegliere una direzione.
Ma credo che il problema sia anche più profondo.
Come si costruisce un progetto di vita quando il mondo adulto continua a raccontarti un futuro fatto di precarietà, crisi, guerre, emergenze e incertezza?
Noi adulti abbiamo già vissuto una parte importante della nostra esistenza. Abbiamo ricordi, esperienze, risultati raggiunti, relazioni costruite. Abbiamo una storia sulla quale appoggiarci.
Un ragazzo di quindici anni, invece, ha bisogno soprattutto di poter guardare avanti.
E se quello che vede davanti a sé è un orizzonte continuamente minacciato, su cosa può fondare la propria speranza?
Non penso che questa sia l’unica spiegazione della sofferenza adolescenziale. Sarebbe ingenuo sostenerlo.
Ma credo che la perdita di fiducia nel futuro sia una questione enorme, alla quale dedichiamo ancora troppo poca attenzione.
Non cerchiamo un colpevole. Cerchiamo di capire.
Quando un adolescente sta male, il primo sguardo si rivolge quasi sempre alla famiglia.
È comprensibile. La famiglia è il primo ambiente nel quale impariamo a conoscere noi stessi, a regolare le emozioni, a costruire la fiducia negli altri e nel mondo.
Ma non possiamo continuare a cercare automaticamente nelle famiglie la spiegazione di ogni sofferenza.
Le famiglie imperfette sono sempre esistite. Genitori fragili, conflitti, incomprensioni, aspettative eccessive non sono certo un’invenzione dei nostri tempi.
E nella mia esperienza clinica, dietro a depressioni adolescenziali anche molto gravi, non trovo necessariamente famiglie particolarmente disfunzionali.
Trovo spesso genitori che cercano di fare del loro meglio, che si interrogano, che soffrono, che non sanno più come aiutare i propri figli.
Naturalmente esistono anche dinamiche familiari che meritano attenzione. Penso, ad esempio, a quei ragazzi che finiscono per sentirsi responsabili del benessere emotivo dei genitori, che imparano troppo presto a proteggerli, rassicurarli, sostenerli.
Ragazzi ai quali, talvolta senza rendersene conto, viene chiesto di diventare emotivamente adulti prima del tempo.
Ma ridurre tutto alla famiglia sarebbe un errore.
Ci sono poi le tecnologie, i social network, quella connessione permanente che sembra aver moltiplicato i contatti senza necessariamente aumentare la qualità delle relazioni.
Ragazzi continuamente esposti allo sguardo degli altri, al confronto, alla valutazione, alla necessità di mostrarsi interessanti, belli, capaci, felici.
Ragazzi che possono essere raggiunti dal giudizio degli altri in qualunque momento, persino quando sono soli nella propria camera.
E poi ci sono il sonno, l’alimentazione, la sedentarietà, i ritmi quotidiani, la pressione scolastica, le difficoltà relazionali. Tutti aspetti che possono concorrere, in misura diversa, al benessere o al malessere psicologico.
Potrei continuare a lungo.
Ma più cerco di mettere insieme questi elementi, più mi rendo conto che il rischio è quello di banalizzare un fenomeno estremamente complesso.
Non esiste una causa unica. Non esiste un colpevole unico. E soprattutto non esiste una spiegazione valida per tutti.
I numeri di una sofferenza che non possiamo ignorare
Non si tratta soltanto di una percezione personale o di ciò che osserviamo negli studi di psicoterapia.
Secondo un rapporto pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel novembre 2025, nella Regione europea dell’OMS un bambino o adolescente su sette, tra 0 e 19 anni, vive con un disturbo di salute mentale.
Tra le ragazze di 15-19 anni, la proporzione arriva a una su quattro.
Lo stesso rapporto indica il suicidio come prima causa di morte nella fascia di età compresa tra 15 e 29 anni nella Regione europea dell’OMS.
Anche in Italia il problema esiste, pur con tassi di mortalità per suicidio tra gli adolescenti relativamente bassi rispetto ad altri Paesi europei: secondo i dati 2023 riportati dall’UNICEF, il tasso italiano tra i 15 e i 19 anni è di 2,82 decessi ogni 100.000 adolescenti.
Questi dati descrivono fenomeni differenti e non devono essere confusi: soffrire di un disturbo psicologico non significa necessariamente avere pensieri suicidari, così come l’aumento delle richieste di aiuto non dimostra, da solo, un aumento dei suicidi.
Ma il quadro complessivo ci dice che la salute mentale dei giovani richiede un’attenzione molto maggiore.
E dietro ogni percentuale ci sono persone, famiglie, storie, vite che stanno cercando una possibilità.
La speranza non può essere un lusso
Nell’articolo de La Nazione viene sottolineato anche un elemento positivo: sempre più ragazzi riescono a riconoscere la propria sofferenza psicologica e a chiedere aiuto.
È un cambiamento importante.
Per molto tempo depressione, ansia e disagio psichiatrico sono stati accompagnati da vergogna, silenzio e paura del giudizio.
Oggi molti giovani riescono a parlare più apertamente delle proprie difficoltà. E questo rappresenta una risorsa preziosa.
Ma chiedere aiuto deve significare anche poterlo trovare.
Non possiamo chiedere ai ragazzi di parlare e poi lasciare le famiglie sole, davanti a servizi insufficienti, tempi di attesa lunghissimi e percorsi di cura difficili da raggiungere.
E non possiamo pensare che la psicoterapia, da sola, possa risolvere problemi che riguardano anche il modo in cui abbiamo organizzato la società.
Abbiamo bisogno di adulti capaci di ascoltare senza giudicare, di scuole che sappiano riconoscere la sofferenza senza ridurla a scarso rendimento, di servizi accessibili, di relazioni autentiche e di una società che torni a offrire ai giovani prospettive credibili.
Perché la speranza non è soltanto una caratteristica individuale.
È qualcosa che si costruisce anche attraverso le esperienze, le opportunità, i legami e il mondo nel quale viviamo.
Una sconfitta che riguarda tutti noi
Torno allora alla domanda dalla quale sono partita.
Che cosa è successo perché tanti ragazzi, così giovani, arrivino a sentire la vita come un peso insopportabile?
Non ho una risposta definitiva.
E dopo tanti anni di lavoro come psicoterapeuta, diffido sempre di più delle risposte troppo semplici.
So però che questa sofferenza mi colpisce profondamente. Non soltanto come professionista, ma come persona che continua a credere nella possibilità di attraversare le difficoltà, di cambiare strada, di ricominciare.
So anche che la depressione non è mancanza di volontà, che non basta dire a un ragazzo di reagire e che, quando la malattia diventa grave, persino immaginare un domani diverso può richiedere uno sforzo enorme.
Per questo non voglio giudicare la fragilità di questi adolescenti, né contrapporla alla presunta forza delle generazioni precedenti.
Voglio piuttosto chiedermi che cosa possiamo fare perché quella forza, che oggi sembra così difficile da trovare, possa essere costruita, sostenuta, recuperata.
Perché nessun ragazzo dovrebbe sentirsi obbligato a essere forte da solo.
E soprattutto perché nessun ragazzo dovrebbe arrivare a quindici anni pensando di avere già esaurito tutte le possibilità della propria vita.
Quando un adolescente perde completamente la speranza, non è soltanto una tragedia individuale.
È una perdita che riguarda tutti noi.
Ed è una sconfitta collettiva sulla quale non possiamo permetterci di smettere di interrogarci.
