Parlare della morte con un bambino mette spesso più in difficoltà l’adulto che il bambino stesso. Abbiamo paura di spaventarlo, di dire troppo, di utilizzare parole che non è ancora in grado di comprendere. E così può nascere la tentazione di proteggerlo evitando l’argomento, cambiando discorso o costruendo spiegazioni rassicuranti.
Eppure i bambini incontrano la morte molto prima di quanto immaginiamo: muore un nonno, viene a mancare il genitore di un compagno di scuola, muore un animale domestico, oppure semplicemente trovano un uccellino morto in giardino. Anche libri, cartoni animati e racconti presentano continuamente personaggi che muoiono, scompaiono e, qualche volta, ritornano.
La domanda, quindi, non è tanto se parlare ai bambini della morte, quanto come farlo rispettando il loro livello di sviluppo.
Quando un bambino comprende che la morte è irreversibile?
Su questo punto vale la pena fare una precisazione, perché l’età degli otto anni che tradizionalmente veniva spesso indicata non rappresenta una soglia netta.
Gli studi contemporanei descrivono la costruzione del concetto di morte attraverso diverse acquisizioni: irreversibilità(chi muore non ritorna), universalità (tutti gli esseri viventi muoiono), non-funzionalità (con la morte cessano le funzioni del corpo) e causalità. Molti bambini cominciano a comprendere alcune di queste caratteristiche già intorno ai 5-7 anni, mentre una rappresentazione più completa e simile a quella adulta si consolida progressivamente, spesso entro i 9-10 anni. Esiste inoltre una notevole variabilità individuale, legata allo sviluppo cognitivo, alle esperienze e anche al modo in cui gli adulti hanno parlato della morte con il bambino.
L’immagine di un vaso rotto, che pur aggiustandolo non tornerà più identico a prima, è molto efficace per spiegare un passaggio cognitivo importante: alcune trasformazioni non possono semplicemente essere annullate. Posso raccogliere i pezzi di un vaso, posso incollarli, ma non posso fare in modo che il vaso non sia mai caduto.
Con la morte il concetto è ancora più radicale: non esiste un’azione capace di riportare la persona alla condizione precedente.
Nella prima infanzia, invece, il pensiero è ancora fortemente intuitivo e magico. Tra i 2 e i 6 anni la morte può essere immaginata come temporanea o reversibile, oppure assimilata a un sonno o a un viaggio.
Ed è facile capire perché.
Nelle fiabe si muore e si ritorna in vita. Nei cartoni animati un personaggio precipita da una montagna e nella scena successiva ricompare. Babbo Natale torna ogni anno. Il lupo viene sconfitto, la principessa si risveglia e alla fine vissero tutti felici e contenti.
Perché, allora, non dovrebbe tornare anche il nonno?
«Quando torna la nonna?»
Un bambino piccolo può conoscere perfettamente la parola morte senza attribuirle lo stesso significato che le attribuisce un adulto.
Può sapere che «la nonna è morta» e qualche giorno dopo domandare:
«Ma domenica la nonna viene a pranzo?»
Non significa che non abbia ascoltato o che stia negando ciò che è successo. Può semplicemente non avere ancora acquisito pienamente il concetto di irreversibilità.
Dopo un lutto, inoltre, i bambini possono fare ripetutamente le stesse domande. Anche questo è normale: stanno cercando di integrare progressivamente qualcosa che cognitivamente ed emotivamente è molto complesso. L’American Academy of Pediatrics raccomanda proprio di accogliere con pazienza questa ripetitività.
Il pensiero magico: «È successo per colpa mia?»
C’è un altro aspetto particolarmente importante.
Il bambino piccolo tende ad attribuire ai propri pensieri e desideri un potere causale che per noi adulti non hanno.
Un bambino che, arrabbiato con il nonno, abbia pensato «non lo voglio più vedere» e poco dopo perda realmente il nonno potrebbe costruire un collegamento fra i due eventi:
«È morto perché io ho pensato quella cosa.»
Per questo non basta comunicare che una persona è morta. Occorre anche lasciare spazio alle domande e verificare che cosa il bambino abbia capito e quale spiegazione si sia costruito. Una comprensione incompleta della causalità della morte può infatti favorire sentimenti di colpa.
«È morto» non significa «si è addormentato»
Nel tentativo di essere delicati utilizziamo spesso metafore: «si è addormentato», «ci ha lasciati», «è partito per un lungo viaggio».
Per un adulto sono espressioni comprensibili. Per un bambino piccolo possono diventare letterali.
Se morire significa addormentarsi, che cosa potrebbe succedere quando mi addormento io? E quando si addormenta la mamma?
Se il nonno «è partito», perché non torna?
Proprio nella prima infanzia la morte può già essere spontaneamente assimilata al sonno o a un viaggio; utilizzare queste immagini senza una spiegazione concreta può quindi aumentare la confusione.
È preferibile usare parole semplici e vere:
«Il nonno è morto. Il suo corpo ha smesso di funzionare: non respira più, non mangia, non sente dolore e non potrà tornare.»
La delicatezza non consiste nel rendere falsa la realtà. Consiste nel dire la verità in una forma che quel bambino possa comprendere e tollerare.
La paura che possano morire mamma e papà
Quando il bambino comincia a comprendere l’universalità della morte, può arrivare inevitabilmente alla domanda più difficile:
«Allora puoi morire anche tu?»
Negare — «No, la mamma non morirà mai» — rassicura nell’immediato, ma introduce una promessa che nessun adulto può mantenere.
Non occorre neppure rispondere con una crudezza inutile. Possiamo collocare la morte dentro una dimensione realistica:
«Tutte le persone prima o poi muoiono, ma normalmente questo succede quando diventano molto anziane. Io sto bene e conto di stare con te ancora per moltissimo tempo.»
La verità può convivere con la rassicurazione.
Gli animali: spesso sono loro il primo incontro con la perdita
Per molti bambini il primo lutto reale riguarda proprio un animale.
Un cane, un gatto, un criceto, un pesciolino. Per l’adulto potrebbe sembrare una perdita relativamente piccola; per il bambino può essere invece il primo incontro concreto con l’assenza definitiva di qualcuno a cui era affettivamente legato.
La letteratura pediatrica considera esplicitamente la morte di un animale domestico un’occasione attraverso la quale il bambino può cominciare a comprendere la morte e imparare a esprimere e affrontare il dolore della perdita.
Non è quindi necessario sostituire immediatamente l’animale nel tentativo di cancellare il dolore. Possiamo permettere al bambino di essere triste, ricordarlo, guardare fotografie, raccontare episodi, salutarlo con un piccolo rito.
Gli stiamo insegnando qualcosa di molto importante: una perdita fa male e quel dolore può essere attraversato.
Possiamo dire che il nonno è in cielo?
Qui non esiste una risposta psicologica che debba sostituirsi alle convinzioni della famiglia.
Una famiglia credente può parlare del Paradiso; un’altra può utilizzare parole diverse. I bambini, inoltre, possono far convivere spiegazioni biologiche e convinzioni spirituali sulla continuità dopo la morte.
Il punto fondamentale è distinguere chiaramente i due piani.
Possiamo dire:
«Noi crediamo che il nonno sia in cielo e che continui a volerci bene. Ma il suo corpo è morto e non potremo più incontrarlo come facevamo prima.»
Perché altrimenti il bambino può produrre una conclusione perfettamente logica all’interno del proprio sistema di pensiero.
Una bambina molto legata alla nonna, dopo la sua morte, disse alla mamma qualcosa come:
«Se la nonna non può più venire giù, allora moriamo anche noi e andiamo in cielo dalla nonna.»
È una frase che mostra bene quanto sia necessario verificare il significato che il bambino attribuisce alle nostre spiegazioni. Se il cielo viene rappresentato semplicemente come un altro luogo nel quale la nonna continua la propria vita, il bambino può pensare: allora basta raggiungerla.
Occorre invece mantenere fermo il concetto di irreversibilità: qualunque cosa una famiglia creda esista dopo la morte, morire non è un viaggio dal quale si torna e non è un modo per raggiungere qualcuno per poi riprendere la vita di prima.
E il funerale?
Anche qui, proteggere un bambino non significa necessariamente escluderlo.
Se muore una persona significativa, il bambino può essere coinvolto nei rituali familiari e può partecipare al funerale. È preferibile offrirgli la possibilità di scegliere, compatibilmente con l’età e con la situazione, preparandolo prima a ciò che vedrà.
Possiamo spiegargli:
«Ci saranno molte persone. Alcune piangeranno perché sono tristi. Qualcuno potrebbe abbracciarti. Anche io potrei piangere. Piangere quando muore qualcuno a cui vogliamo bene è normale.»
Se sarà presente il corpo, anche questo va spiegato in anticipo in termini concreti, senza trasformare ciò che incontrerà in una sorpresa.
L’obiettivo non è costringere il bambino a partecipare né tenerlo lontano a priori: è restituirgli un posto nella storia familiare che sta vivendo.
Non dobbiamo togliere ai bambini ogni emozione dolorosa
Forse è questo il punto più importante.
Quando muore qualcuno, noi adulti vorremmo spesso trovare le parole capaci di impedire al bambino di soffrire. Ma non esistono.
E non è quello il nostro compito.
Possiamo invece evitare che al dolore inevitabile della perdita si aggiungano solitudine, confusione, paura e fantasie ancora più angoscianti della realtà.
Possiamo parlare. Possiamo rispondere. Possiamo anche dire «non lo so» quando non conosciamo una risposta. Possiamo accettare che una domanda ritorni dieci volte. Possiamo mostrare la nostra tristezza senza chiedere al bambino di consolarci. Possiamo aiutarlo a ricordare chi non c’è più e continuare contemporaneamente a giocare, ridere e vivere.
Le ricerche più recenti sottolineano proprio l’utilità di un dialogo aperto e adeguato allo sviluppo: i bambini sono curiosi rispetto alla morte e costruiscono comunque delle spiegazioni; quando gli adulti evitano l’argomento, quelle spiegazioni rischiano semplicemente di formarsi senza una guida.
Parlare della morte a un bambino non significa portare la morte nel suo mondo. La morte, prima o poi, in quel mondo entra comunque. Significa fare in modo che, quando accade, il bambino non debba cercare da solo di darle un significato.
