Il rispetto è una parola che usiamo spesso, ma che sempre più raramente pratichiamo davvero.
Non è un concetto astratto né un valore “alto” riservato alle grandi questioni etiche: il rispetto vive innanzitutto nelle azioni quotidiane, nei gesti minimi, nelle scelte apparentemente banali che compiamo ogni giorno nel rapporto con gli altri.
Oggi, nella Giornata del Rispetto, vale la pena fermarsi a riflettere su cosa significhi davvero rispettare e su cosa accade, individualmente e collettivamente, quando questo valore viene meno.
Che cos’è davvero il rispetto
Il rispetto è il riconoscimento dell’altro come persona, non come funzione, ostacolo o mezzo.
Significa riconoscere che ogni individuo ha:
- un tempo proprio
- uno spazio fisico ed emotivo
- dei limiti
- una dignità
- una storia che non sempre conosciamo
Rispettare non vuol dire essere sempre d’accordo, né rinunciare alle proprie idee. Vuol dire tenere conto dell’esistenza dell’altro mentre esercitiamo la nostra libertà.
Dove il rispetto si perde: le piccole cose che non sono affatto piccole
Oggi la mancanza di rispetto si manifesta spesso in comportamenti che vengono normalizzati o minimizzati, ma che hanno un forte impatto relazionale.
Pensiamo, ad esempio, a:
- Non rispettare gli orari: arrivare costantemente in ritardo, pretendere disponibilità immediata, ignorare il tempo dell’altro.
- Il rapporto con il cellulare: chiamare o scrivere a qualsiasi ora, aspettarsi risposte immediate, invadere lo spazio mentale altrui senza chiedere.
- Non rispettare il lavoro degli altri: svalutare competenze, dare per scontata la professionalità, non riconoscere l’impegno e la fatica.
- Non rispettare le fragilità: giudicare chi è in difficoltà, minimizzare il disagio emotivo o fisico, pretendere prestazioni da chi sta semplicemente cercando di reggere.
- Gli spazi pubblici: parcheggiare dove non si dovrebbe, occupare passaggi destinati a carrozzine, passeggini o persone con disabilità.
In questi gesti non c’è solo disattenzione: c’è spesso una perdita di consapevolezza dell’altro.
Quando il rispetto viene meno, cosa succede
Quando smettiamo di rispettare le piccole cose, il confine si sposta.
E quello che prima sembrava impensabile diventa tollerabile.
È così che si arriva a:
- non rispettare le differenze culturali
- non rispettare il punto di vista altrui
- non rispettare i confini personali
- non rispettare la vita, in tutte le sue forme
La mancanza di rispetto crea un clima emotivo fatto di sopraffazione, indifferenza e disumanizzazione. Ed è proprio in questi contesti che crescono rabbia, violenza e solitudine.
Il rispetto si insegna? Sì, ma non con le prediche
Il rispetto non si trasmette con le parole, ma con l’esempio.
E soprattutto si costruisce a partire dall’infanzia.
Insegnare il rispetto ai figli significa:
- rispettare i loro tempi
- rispettare le loro emozioni, anche quando sono scomode
- rispettare il loro pensiero, anche quando è immaturo
- rispettare il loro diritto di esprimersi
I bambini imparano il rispetto quando si sentono rispettati.
Una mente piccola non è una mente vuota.
Ha bisogno di essere vista, ascoltata, accolta.
Non repressa, zittita o ridicolizzata.
Un bambino che cresce sentendosi riconosciuto sviluppa empatia, senso del limite e attenzione per l’altro. Un bambino che cresce nel disconoscimento impara invece a difendersi o a prevaricare.
Il rispetto come responsabilità collettiva
Il rispetto non è solo un valore individuale, ma una responsabilità sociale.
È ciò che tiene insieme le relazioni, le famiglie, le comunità, le culture.
Coltivare il rispetto significa scegliere, ogni giorno, di vedere l’altro.
Anche quando è diverso.
Anche quando è fragile.
Anche quando non ci assomiglia.
Ed è da queste scelte quotidiane che si costruisce una società più umana.
