Quando il dolore mentale viene ignorato, tutta la società diventa fragile

In questi giorni, dopo il drammatico fatto avvenuto a Modena, il dibattito pubblico si è acceso rapidamente. Troppo rapidamente.
Ancora una volta, una tragedia complessa è stata trasformata da molti nell’ennesima occasione per alimentare slogan, paure e semplificazioni ideologiche.

Eppure, se vogliamo davvero comprendere ciò che accade, dobbiamo avere il coraggio di spostare lo sguardo.

Perché il punto centrale non è l’origine etnica della persona che ha compiuto quel gesto.
Il punto è la sua salute mentale.

Stiamo parlando di un ragazzo nato e cresciuto in Italia, laureato, inserito apparentemente in un percorso di vita “normale”, ma che da tempo manifestava importanti fragilità psicologiche e psichiatriche.
Ed è qui che dovremmo fermarci a riflettere.

Ogni volta che una persona profondamente disturbata compie un gesto estremo, la società sembra oscillare tra due reazioni opposte ma ugualmente sterili: la demonizzazione oppure la rimozione.
Si cerca il mostro, oppure si cambia argomento il più velocemente possibile.

Molto più difficile è affrontare la domanda vera:
quanto stiamo investendo davvero nella salute mentale?

Pochi mesi fa, nella mia città, Genova, un uomo con una storia di grave sofferenza psichiatrica ha ucciso la propria madre anziana.
Anche lì, dietro al gesto, non c’era un tema etnico, politico o culturale.
C’era una mente malata.
C’era una famiglia probabilmente stremata.
C’era un sistema che troppo spesso arriva tardi.

Ed è questo il nodo che continuiamo a non voler vedere.

La sofferenza psichica grave raramente nasce dal nulla.
Talvolta ha radici traumatiche profonde.
Talvolta esistono vulnerabilità biologiche o genetiche.
Talvolta entrano in gioco isolamento sociale, disagio emotivo, uso di sostanze, abuso di droghe o alterazioni percettive favorite da sostanze sempre più diffuse anche tra i giovanissimi.

Eppure continuiamo a trattare la salute mentale come una questione marginale.

Le famiglie vengono spesso lasciate sole per anni.
I servizi territoriali sono sovraccarichi.
Le attese sono lunghe.
Gli interventi arrivano quando il problema è già esploso.
Molti genitori, partner o figli convivono quotidianamente con situazioni ingestibili senza sapere a chi rivolgersi davvero.

Esiste inoltre un enorme problema culturale: la salute mentale continua a fare paura.

Si parla molto di benessere psicologico quando il disagio è “accettabile”, narrabile, quasi estetico.
Ma quando la sofferenza diventa grave, disturbante, imprevedibile, allora la società tende ad allontanarla, a negarla oppure a trasformarla in una battaglia ideologica.

Questo non significa giustificare gesti terribili.
Un dolore mentale non cancella la responsabilità di ciò che accade, né il dolore delle vittime e delle loro famiglie.
Ma comprendere non significa giustificare.
Comprendere significa prevenire.

E prevenire significa investire.

Investire nella psichiatria territoriale.
Nel supporto alle famiglie.
Nella prevenzione delle dipendenze.
Nella diagnosi precoce.
Nella collaborazione tra scuole, servizi sociali, psicologi e psichiatri.
Nel creare luoghi dove il disagio possa essere intercettato prima che degeneri.

Perché una comunità civile non si misura soltanto da come punisce dopo una tragedia.
Si misura soprattutto da quanto riesce a vedere il dolore prima che esploda.

Oggi abbiamo bisogno di meno slogan e più competenza.
Meno odio e più responsabilità collettiva.
Meno strumentalizzazioni e più capacità di guardare in faccia una realtà scomoda: la salute mentale è una delle grandi emergenze del nostro tempo.

E ignorarla, o usarla solo quando conviene ideologicamente, significa lasciare sole non soltanto le persone che soffrono, ma anche le famiglie e le comunità che vivono accanto a loro ogni giorno.

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